CONTRO L’UE A DOPPIA VELOCITÀ SFATIAMO TRE FALSI MITI SULL’UNIONE EUROPEA

di Roberto Sommella

Ha senso parlare di Europa a due velocità a ridosso del vertice trilaterale Renzi-Merkel-Hollande di Ventotene? Secondo alcuni autorevoli commentatori, un'Unione stile anni cinquanta, con un direttorio di paesi storici a fare da perno come se si dovesse rifondare la comunità del carbone e dell'acciaio, sarebbe la risposta migliore ad un anno difficilissimo, segnato dalla crisi migratoria, dagli attacchi terroristici e da un senso diffuso di sfaldamento. Eppure ancora oggi la risposta alle incertezze resta l'Ue allargata, alla massima potenza, che mantenga saldi rapporti di forza e non di sudditanza anche con Israele e Turchia. Noi europei siamo oggi il 7% della popolazione mondiale, produciamo il 25% del Pil totale e consumiamo il 50% del welfare planetario. Viviamo in un contesto di benessere rispetto al resto del mondo ma siamo ancora troppo piccoli e divisi per sopravvivere alla competizione globale. Nonostante ciò, sono sempre di più le pulsioni a smontare l'architettura comunitaria, con la facile scusa che almeno Italia, Francia e Germania sopravviverebbero comunque ad un eurocrack, quando sarebbe invece cruciale rafforzarla per frenare xenofobia e nazionalismi, battere il terrorismo e rilanciare la crescita. Tre sfide epocali che da soli, rientrati nei propri confini, nessuno, nemmeno Berlino, sarebbe in grado di vincere. In un momento cruciale per tutti dopo la Brexit, che ha trasformato tutte le prossime elezioni in un euro-referendum, proviamo a smontare tre luoghi comuni a proposito dei migranti, dei paesi che guadagnano con le politiche della Bce e di quelli che vorrebbero ritirarsi dopo l'adesione comunitaria. Innanzitutto, per quanto riguarda i flussi migratori, le cifre ufficiali mostrano che non siamo affatto di fronte ad un'invasione, sebbene tedeschi, olandesi, francesi e altri paesi del Nord vorrebbero un’ulteriore sospensione dell’accordo di Schengen. Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, raccolti nei World Population Prospects, i flussi migratori in Europa dal 2000 al 2010 sono stati di 1,2 milioni di persone per anno. Il che fa lo 0,2% su 500 milioni di abitanti. Una cosa affrontabile, visto che negli Stati Uniti ne arrivavano nello stesso periodo 1 milione. In media tra il 2000 e il 2015, ognuno tra Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna ha accolto tra i 100 e i 200.000 profughi. Solo l’anno scorso c’è stato il picco di un milione di ingressi nei lander tedeschi, amplificato dal fatto che il piano di ricollocamento tra i paesi stabilito dalla Commissione Juncker si sta trasformando quest'anno in un fallimento. Ma anche in Italia vanno smontati dei luoghi comuni, di nuovo in voga questa estate di assurde polemiche per 50 profughi siriani da ospitare a Capalbio. Nel nostro paese, a fronte dei 3 miliardi di costi per gestire l'emergenza profughi, i benefici derivanti dal flusso migratorio sono rilevanti. Nel 2014 i contributi INPS versati da lavoratori extracomunitari ammontavano a circa 8 miliardi a fronte di prestazioni pensionistiche pari a circa 642 milioni e non pensionistiche (cassa integrazione, disoccupazione, malattia, maternità, assegni nucleo familiare) pari a 2,420 miliardi, con un saldo positivo quindi di circa 4,5 miliardi di euro. Anche a livello fiscale l'apporto finanziario degli immigrati regolari e integrati nel tessuto sociale e produttivo è positivo. I contribuenti stranieri hanno dichiarato nel 2014 redditi per 45,6 miliardi, versando 6,8 miliardi di Irpef. Persino gli effetti del Quantitative Easing della Bce vanno analizzati meglio, smentendo la vulgata che sia stato solo il debito pubblico italiano a beneficiare del bazooka di Mario Draghi. Confrontando le variabili fotografate nel primo mese del 2015 (anno del varo del QE) con le ultime disponibili, sempre dello stesso anno, si dimostra che è invece la Germania ad aver goduto di più dalla politica monetaria di Francoforte. Il Pil tedesco è infatti aumentato dal +1,4% di inizio anno al +1,7% (dato di fine settembre), il debito pubblico è diminuito dal 74,3% del Pil al 71,9% (fine 2014 su fine 2015), la disoccupazione è a livelli americani (è scesa in un anno di QE dal 6,5% al 6,3%) e le esportazioni hanno registrato un boom: da un saldo attivo di 90 miliardi si è passati a 106 miliardi di euro. Ma chi ha guadagnato di più dalla partecipazione all'Unione? Questa e' sicuramente una domanda chiave. Ogni tedesco ha ‘’speso’’ 1.034 euro per l’Europa, gli italiani si sono fermati a 623 pro-capite, mentre gli spagnoli hanno ricevuto a testa 335 euro, i polacchi 1.522, i portoghesi 2.100, la Grecia 2.960 euro netti a cittadino ellenico. Passando invece alla ripartizione delle risorse strutturali comunitarie, si scopre che cresce la percentuale di denaro spettante all'Europa centro-orientale (177,57 a 180,93 miliardi, +2,6%) rispetto a quella dell'Europa occidentale (169 miliardi a 140 attuali, -16%). Dunque proprio nei paesi dell'Europa dell'Est, dove si erigono nuovi muri contro i migranti e per questo qualcuno pensa alla minaccia di escluderli dall'Ue, i trasferimenti strutturali comunitari sono diventati sempre più rilevanti, pesando ormai tra il 2 e il 3% del Pil e superando spesso gli investimenti diretti esteri. Per battere quindi la voglia di Euxit che alberga ormai in ogni paese europeo, in vista dei 60 anni dal Trattato di Roma, sarebbe necessaria non una retromarcia sull'integrazione europea verso una doppia velocità, ma piuttosto una grande Conferenza che abbia all’ordine del giorno tre compiti: la redazione di una Costituzione Europea, il rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo, la riforma della legge elettorale con espressa scelta del Presidente della Commissione da parte dell'elettorato. Solo così si riuscirà a passare dall'attuale Confederazione ad una vera Federazione di stati, abbandonando una terra di mezzo che ricorda i presupposti che hanno portato all'implosione della ex Jugoslavia e dell’Unione Sovietica.

 

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